Non rubate i sogni ai bambini

Non rubate i sogni ai bambini

Cortesia: Chip Griffin

Suona il telefono. Mannaggia. Poterebbe essere il solito operatore telefonico che mi domanda se voglio cambiare gestore…

Sarà un presidente che mi chiede di andare allenare la sua squadra…

Sono sorpreso. Una intera squadra di tredicenni è stata tagliata. “Siete liberi di andare dove volete. Non rientrate nei progetti”.

Una storia come tante. Se ne sentono parecchie e sono quasi sempre accompagnate da polemiche, veleni, tossine che faticano a stemperarsi.

Ricordi in bianco e nero: Oratorio, campetto di periferia, si gioca. Bim bum bam.

Vuole essere sempre lui a fare il sorteggio. Sceglie sempre pari. Se viene dispari non importa sceglie il secondo migliore. C’è competizione.

Se non è lui a fare bim bum bam rischia di essere preso per ultimo. Di essere considerato il più scarso.

Quando lo scelgono per ultimo non riesce mai a giocare bene.

E’ la storia di un bambino di sei anni. Un male pazzesco al ginocchio.

Se lo tiene per sé perché se piange sua mamma non lo fa andare a giocare con gli amici.

E’ nato senza il perone della gamba destra. Deve portare un tutore altrimenti non può correre. Non può saltare bene senza apparecchio.

Lui vuole competere come gli altri. Vuole vincere.

Anche la sconfitta può accettare se si gioca ad armi pari. Ma le armi non sono mai pari.

Un giorno lo portano A Bologna. Dicono che devono operarlo altrimenti è un problema.

L’estate del 1969 non passa mai rinchiuso in ospedale. Ha appena visto lo sbarco sulla luna. Pazzesco. Si può andare così lontano…

Potranno risolvere anche il suo problema.

Poi… Bim bum bam… sceglieranno lui.

Non và come previsto.

Il bambino non vive di autocommiserazione, non aspetta che sia il mondo a bussare alla sua porta.

Sceglie uno sport che non si gioca con i piedi.

Sceglie uno sport che si gioca con le mani. Le sue sono forti. Le braccia potenti a furia di spingere una carrozzina durante la torrida estate.

Poi le stampelle che butta giù dal terzo piano e non gliele fanno più trovare in casa.

Sceglie uno sport che si possa giocare con la testa: La pallacanestro. Il Basket.

Si impegna.

A 15 anni, Don Innocente, il prete del suo oratorio gli chiede di allenare. Deve prendere gli esclusi. Gli scartati. Quelli che non sono stati trattenuti dalla società di riferimento.

Non importa. Per lui quei bambini sono tutto.

Non gli interessa cosa pensano gli altri. Sono la sua squadra. L’unica che ha.

Sono i migliori del mondo per un’unica ragione: sono i suoi ragazzi. Vuole insegnare tutto quello che sa.

E’ disposto ad imparare e apprendere i segreti per donarli ai suoi giocatori. I suoi giocatori sono i migliori in assoluto, deve allenarli come si allenano gli eccellenti. Li deve trattare da primi della classe.

Molti di quei bambini tornano nella società di riferimento cittadino. Alcuni avranno poi l’opportunità  di giocare ad alto livello.

Antonio, il Direttore Sportivo della società di riferimento chiama l’allenatore nel suo sodalizio sportivo.

Finisce la telefonata. Cosa faccio? Archivio? Hanno chiesto aiuto a me. Perchè proprio io?

Li incontro. Non c’è entusiasmo. Lascio perdere. Non vedo il fuoco negli occhi dei bambini. Le famiglie sono confuse. Non trovo compattezza.

Si arrangino… si arrangino… si arrangino… si arrangino…

Poi ho pensato a quel bambino che è diventato allenatore.

Cosa lo ha spinto a dare energia ai suoi giocatori, lui che la scintilla la doveva scovare nel suo più profondo?

Dove trovava la forza di vincere la vergogna nel dimostrare goffamente i movimenti che i giocatori avrebbero dovuto ripetere, ripetere, ripetere?

Un motivo può essere stato questo: pur non coscientemente, si è sempre immaginato il proprio tormento come temporaneo.

Ha sempre creduto che se era vero che si poteva andare sulla luna, anche il suo problema si potesse prima o poi risolvere.

Ha sempre avuto la certezza che la soluzione l’avrebbe trovata.

Anche di fronte ai problemi non ha mai perso la fiducia nei propri mezzi. Così come aveva rafforzato le sue braccia, aveva temprato il carattere.

La sua testa era più veloce delle sue gambe. Non ha mai smarrito la speranza. Riusciva a trasmettere questa certezza in quanto testimone diretto.

Tutti noi interiorizziamo esempi di speranza o delusione, sovente costruiti sulla base di fatti accaduti a persone che conosciamo, o in base alle nostre convinzioni.

Questi bambini tredicenni, esclusi, gettati a loro stessi hanno gli anticorpi per sopravvivere (metaforicamente) e reagire positivamente?

Perlomeno, il bambino che è diventato allenatore, un prete che ha avuto fiducia in lui e gli ha affidato a 15 anni una squadra da allenare lo ha trovato sulla sua strada. Comunque, un Direttore Sportivo che ha avuto fiducia e lo ha chiamato ad entrare nella propria compagine sportiva lo ha avuto.

Chi sei tu, Roberto Cecchini, per non dare la possibilità a questi ragazzi di poter sognare di diventare quello che desiderano diventare !?!

Vuoi togliere loro la possibilità di vivere un sogno?

Non puoi tirarti indietro. Non ora.

Voglio costruire una Società che punti all’eccellenza. Una Società che faccia sport vero. Basket Vero.

Voglio un luogo nel quale anche tutti gli esclusi possano trovare un approdo, non per attraccare ma per ripartire a vele spiegate per un futuro radioso.

Voglio circondarmi di persone che la pensano come me. Che sono consapevoli che con il lavoro e la dedizione si raggiungono luoghi impensati.

Voglio persone che vadano sulla luna e che facciano pensare che se si può arrivare lassù, allora si può tutto.

Ce la posso fare. Sono sicuro.

Roberto Cecchini

Autore: Roberto

Allenatore Nazionale

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